lunedì 26 novembre 2007
di Stefano Verde (RIE)
Il problema del riscaldamento
terrestre e del cambiamento climatico interessa il pianeta nella
sua globalità. L’Unione Europea, ma non solo, si è attivata per
predisporre interventi mirati a ridurre le emissioni di anidride
carbonica e di gas serra, principali responsabili dei fenomeni di
cui sopra, ma proprio a causa della dimensione globale del problema
le misure dovrebbero essere elaborate in modo da coinvolgere tutte
le realtà economiche che maggiormente contribuiscono alle emissioni
di gas serra, nelle diverse aree geografiche.
Si vuole quindi cercare di definire il contributo di ciascuna area
geografica sul totale delle emissioni di anidride carbonica nonché
la dinamica di crescita delle stesse.
Il grafico qui di seguito si riferisce alle sole emissioni di CO2
prodotte dalla combustione di fonti fossili, non tiene quindi conto
delle altre emissioni (nitrati, solfati, ecc.) ma serve comunque a
delineare in modo attendibile il peso di ciascuna area.

Anzitutto, è immediato riconoscere
che nel 2005 le zone che hanno maggiormente contribuito
all’emissione di biossido di carbonio (anidride carbonica) in
termini assoluti sono nell’ordine l’aggregato Asia e Oceania, il
Nordamerica e l’Europa. Minore l’impatto delle emissioni di Africa,
Medio Oriente e America centrale e meridionale. Dall’illustrazione
è poi possibile anche formulare qualche osservazione sul trend di
crescita delle emissioni nei venticinque anni compresi tra il 1980
e il 2005: gli aggregati Eurasia e Asia e Oceania hanno visto le
loro emissioni di anidride carbonica crescere di oltre il 190%
(circa +4,4% medio annuo), l’Africa del 95% (+2,7% annuo),
l’America centrale e meridionale di più del 75% (+2,2% annuo). Di
più modesta entità la crescita nell’America del Nord (+28%, +1%
annuo), mentre in Europa le emissioni si sono sostanzialmente
mantenute costanti e nell’area che comprende l’ex Unione Sovietica
si sono ridotte a un tasso dello 0,64% annuo, per un complessivo
-15%.
La situazione cambia se si
considerano invece le emissioni pro capite nel 2005, indicatore che
consente di fare più efficacemente un confronto tra le diverse
aree: il Nordamerica emette un quantitativo di CO2 per ciascun
abitante che è doppio di quello europeo. Medio oriente ed Eurasia
si attestano su livelli simili a quelli del Vecchio continente, poi
seguono le altre aree, meno sviluppate e più densamente popolate,
con il continente africano in coda e produttore di un decimo delle
emissioni pro-capite nordamericane.
Da un’analisi congiunta degli
indicatori pro-capite e assoluti è immediato capire in quali aree
sarebbe maggiormente auspicabile uno sforzo per contenere le
emissioni e qualI impatti tali sforzi avrebbero sul totale globale
delle stesse.

Infine, per concentrare l’attenzione
sull’aggregato che maggiormente ci interessa, si sono raccolti i
dati delle emissioni di CO2 e gas serra dell’Unione Europea,
distinti per paese membro ed espressi in tonnellate di CO2
equivalente.
Definito 100 il livello di emissioni dell’anno base, il 1990, il
grafico che segue esprime quale sia la situazione di ciascun paese
europeo al 2005. L’Italia, in compagnia di altri importanti Membri
come Spagna, Austria e Grecia, ha visto crescere le proprie
emissioni totali nei quindici anni tra il 1990 e il 2005 (Italia:
+12% circa). L’Unione Europea a 27 membri ha invece registrato una
diminuzione dell’8% delle emissioni, trainata in questo trend al
ribasso da nove dei dodici paesi entrati nell’UE grazie agli ultimi
due accessi (2004 e 2007). Regno Unito e Germania sono i due
“vecchi Membri” più virtuosi in termini di evoluzione delle
emissioni rispetto all’anno base, con riduzioni di circa il 16% e
il 19%. I Membri scandinavi hanno registrato riduzioni comprese tra
il 3% finlandese e l’8% degli altri paesi dell’area, mentre il
Benelux e la Francia si sono sostanzialmente mantenuti sui livelli
dell’anno base.
