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domenica 26 maggio 2013

La “Diga Verde” di Belo Monte in Brasile

martedì 9 marzo 2010

di Maurizio Stefanini (Giornalista)


Il governo del presidente Luiz Inácio da Silva Lula promette che sarà il primo impianto idroelettrico gigante “ecologicamente impeccabile” della storia: quella che viene già chiamata la “Diga Verde” di Belo Monte, sul fiume Xingu, Stato del Para, nell’Amazzonia brasiliana. Ecologisti e indigeni continuano a non fidarsi, e la decisione di procedere con questo progetto è una della ragioni che nel 2008 ha spinto il ministro dell’Ambiente Marina Silva a dimettersi dal governo e dal Partito dei Lavoratori (Pt), per presentarsi alle prossime presidenziali come candidata Verde. Contro il progetto è tornato pure a scendere in campo la rock-star Sting: lo stesso il cui appoggio nel 1989 fu decisivo per portare all’attenzione mondiale il progetto elaborato fin dalla metà degli anni ’70, e per costringere l’allora presidente José Sarney a ritirarlo. All’epoca il Pt di Lula era stato in prima fila nella mobilitazione contro.


Adesso, però, il Pt è al potere, e si è impegnato in un piano ambizioso per assicurare al Brasile l’autosufficienza energetica. Con la recente scoperta di immensi giacimenti petroliferi off-shore nell’Atlantico del Sud, con la strategia del bioetanolo, con il programma nucleare, anche la Diga di Belo Monte ne è una componente essenziale. Tra l’altro, artefice di questo programma energetico quando era ministro delle Miniera ed Energia è stata proprio Dilma Roussef: la ex-guerrigliera che è poi diventata numero due di Lula come ministro della Casa Civile, e adesso è candidata del Pt alle prossime presidenziali. Se negli anni ’80 un’immagine simbolo fu quella del cacicco Tuira che brandiva minaccioso un coltello in faccia a un ingegnere, nel 2008 il coordinatore del progetto in un tentativo di dialogo con gli indios ha ricevuto non minacce, ma una coltellata vera e propria.


Eppure, spiegano i promotori, il progetto è stato modificato proprio per creare il minimo di problemi. Le dighe previste sono state ridotte da sei a una sola; la superficie inondata passa da 1200 Km2 a 516. 29 turbine, due sbarramenti, un lago di ritenuta alimentato dallo Xingu attraverso due canali di derivazione: il tutto “al fior dell’acqua”. Con 11.200 megawatt di potenza, Belo Monte sarebbe la terza più grande diga del mondo, dopo quella delle Tre Gole e quella di Itaipu. La prima, da 18.000 megawatt, è in Cina, ed è diventata pre famosa per le contestazioni ecologiste che ha scatenato. La seconda, da 14.000 megawatt, rifornisce a sua volta il Brasile, ma essendo stata costruita al confine deve essere cogestita assieme al Paraguay, in cui stanno crescendo sempre più le rivendicazioni nazionaliste sull’energia prodotta dall’impianto.


In servizio previsto dal 2015, la diga di Belo Monte costerà 11 miliardi di dollari. Alla gara d’appalto, prevista per aprile, interverranno sicuramente due consorzi brasiliani, ma il governo sta cercando di invogliare alla partecipazione anche la francese Gdf Suez. Il vincitore dovrà rispettare ben quaranta “clausole ambientali e socio-economiche” che il nuovo ministro dell’Ambiente Carlos Minc ha stimato equivalenti a 800 milioni di dollari. “La licenza ambientale più esigente della storia”. Vi sono comprese due zone di preservazione delle terre indigene, un piano di risanamento ambientale e un programma per la costruzione di scuole e ambulatori. Si tratterà anche di indennizzare 12.000 famiglie rurali che dovranno traslocare o saranno comunque danneggiate dalla diga.


La promessa è di creare 18.000 impieghi nella diga e 80.000 nell’indotto. I critici obiettano che l’arrivo di 100.000 nuovi abitanti “provocherà il caos”, per dirla con le parole del vescovo di Xingu, Erwin Kräutler. La Funai, ente governativo di difesa degli indigeni, è stata accusata di “tradimento” per aver dato il suo assenso, anche se nessun indio dovrebbe essere costretto a spostarsi. Ma dal 2017 il Brasile avrà bisogno di 4.000 megawatt supplementari per sostenere una crescita economica del 5%. E già adesso dall’idroelettrico arriva l’85% dell’elettricità consumata in Brasile.