martedì 9 marzo 2010
di Maurizio
Stefanini (Giornalista)
Il governo del presidente Luiz Inácio da Silva Lula promette che
sarà il primo impianto idroelettrico gigante “ecologicamente
impeccabile” della storia: quella che viene già chiamata la “Diga
Verde” di Belo Monte, sul fiume Xingu, Stato del Para,
nell’Amazzonia brasiliana. Ecologisti e indigeni continuano a non
fidarsi, e la decisione di procedere con questo progetto è una
della ragioni che nel 2008 ha spinto il ministro dell’Ambiente
Marina Silva a dimettersi dal governo e dal Partito dei Lavoratori
(Pt), per presentarsi alle prossime presidenziali come candidata
Verde. Contro il progetto è tornato pure a scendere in campo la
rock-star Sting: lo stesso il cui appoggio nel 1989 fu decisivo per
portare all’attenzione mondiale il progetto elaborato fin dalla
metà degli anni ’70, e per costringere l’allora presidente José
Sarney a ritirarlo. All’epoca il Pt di Lula era stato in prima fila
nella mobilitazione contro.
Adesso, però, il Pt è al potere, e si è impegnato in un piano
ambizioso per assicurare al Brasile l’autosufficienza energetica.
Con la recente scoperta di immensi giacimenti petroliferi off-shore
nell’Atlantico del Sud, con la strategia del bioetanolo, con il
programma nucleare, anche la Diga di Belo Monte ne è una componente
essenziale. Tra l’altro, artefice di questo programma energetico
quando era ministro delle Miniera ed Energia è stata proprio Dilma
Roussef: la ex-guerrigliera che è poi diventata numero due di Lula
come ministro della Casa Civile, e adesso è candidata del Pt alle
prossime presidenziali. Se negli anni ’80 un’immagine simbolo fu
quella del cacicco Tuira che brandiva minaccioso un coltello in
faccia a un ingegnere, nel 2008 il coordinatore del progetto in un
tentativo di dialogo con gli indios ha ricevuto non minacce, ma una
coltellata vera e propria.
Eppure, spiegano i promotori, il progetto è stato modificato
proprio per creare il minimo di problemi. Le dighe previste sono
state ridotte da sei a una sola; la superficie inondata passa da
1200 Km2 a 516. 29 turbine, due sbarramenti, un lago di ritenuta
alimentato dallo Xingu attraverso due canali di derivazione: il
tutto “al fior dell’acqua”. Con 11.200 megawatt di potenza, Belo
Monte sarebbe la terza più grande diga del mondo, dopo quella delle
Tre Gole e quella di Itaipu. La prima, da 18.000 megawatt, è in
Cina, ed è diventata pre famosa per le contestazioni ecologiste che
ha scatenato. La seconda, da 14.000 megawatt, rifornisce a sua
volta il Brasile, ma essendo stata costruita al confine deve essere
cogestita assieme al Paraguay, in cui stanno crescendo sempre più
le rivendicazioni nazionaliste sull’energia prodotta
dall’impianto.
In servizio previsto dal 2015, la diga di Belo Monte costerà 11
miliardi di dollari. Alla gara d’appalto, prevista per aprile,
interverranno sicuramente due consorzi brasiliani, ma il governo
sta cercando di invogliare alla partecipazione anche la francese
Gdf Suez. Il vincitore dovrà rispettare ben quaranta “clausole
ambientali e socio-economiche” che il nuovo ministro dell’Ambiente
Carlos Minc ha stimato equivalenti a 800 milioni di dollari. “La
licenza ambientale più esigente della storia”. Vi sono comprese due
zone di preservazione delle terre indigene, un piano di risanamento
ambientale e un programma per la costruzione di scuole e
ambulatori. Si tratterà anche di indennizzare 12.000 famiglie
rurali che dovranno traslocare o saranno comunque danneggiate dalla
diga.
La promessa è di creare 18.000 impieghi nella diga e 80.000
nell’indotto. I critici obiettano che l’arrivo di 100.000 nuovi
abitanti “provocherà il caos”, per dirla con le parole del vescovo
di Xingu, Erwin Kräutler. La Funai, ente governativo di difesa
degli indigeni, è stata accusata di “tradimento” per aver dato il
suo assenso, anche se nessun indio dovrebbe essere costretto a
spostarsi. Ma dal 2017 il Brasile avrà bisogno di 4.000 megawatt
supplementari per sostenere una crescita economica del 5%. E già
adesso dall’idroelettrico arriva l’85% dell’elettricità consumata
in Brasile.