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venerdì 3 settembre 2010

La politica energetica europea alla luce della proposta di azione integrata per il clima

martedì 19 febbraio 2008

di Ugo Bardi (ASPO-Italia, sezione italiana dell’associazione per lo studio del picco del petrolio)


1. La situazione
Esaminerò la questione del “piano energetico” europeo (più esattamente dell’azione integrata europea per il clima) alla luce della situazione della produzione mondiale dei combustibili fossili. Ovvero, cercherò per prima cosa di valutare come le azioni previste dal piano si integrino nelle previsioni di produzione nel futuro. Questa valutazione si basa principalmente sulle previsioni e sui dati di un gruppo di ricercatori che fa capo all’associazione ASPO (Association for the Study of Peak Oil and Gas). Il quadro tratteggiato da questo gruppo differisce in modo abbastanza sostanziale da quello prodotto dalle varie agenzie governative (IEA, WEC, EIA, ecc.) non tanto per differenze nei dati geologici di disponibilità di risorse, quanto per l’uso di modelli che tengono conto delle interazioni negative e positive fra l’attività estrattiva e il sistema economico in generale. Questi modelli prevedono il raggiungimento di un “picco di produzione” (“peak oil” nel caso del petrolio) molto prima dell’esaurimento completo delle risorse. Il lettore interessato a sapere di più su questo argomento può vedere il sito dell’associazione ASPO-Italia quello di ASPO oppure quello dell’associazione “the oil drum”.

Ciò detto, partiremo dalla situazione petrolifera, che è la più critica e per la quale esistono i dati più dettagliati e (relativamente) certi. Ecco i dati più recenti disponibili per la produzione mondiale di petrolio e condensati liquidi, dal “International Petroleum Monthly” pubblicato sul sito dell’Energy Information Agency.

 

 

Notiamo come la produzione degli ultimi anni sia stata sostanzialmente piatta, se non in leggera diminuzione. Questo andamento è stato interpretato da alcuni come il raggiungimento, nel 2005-2006, del “picco globale” della produzione petrolifera, il che implica che nel futuro vedremo un declino irreversibile. Ovviamente, i dati disponibili non permettono di provare questa interpretazione al di là di ogni dubbio, ma ci sono elementi che la rendono verosimile. Uno è la coincidenza del picco attuale con le molte stime fatte in precedenza che spesso prevedevano il picco globale a date variabili fra il 2000 e il 2010. È vero che ci sono state anche stime più ottimiste, ma quello che rende la cosa preoccupante è la durata della stasi produttiva accoppiata alla condizione dei prezzi. Ci sono state altre stasi produttive nel passato, ma quella attuale è particolare sia per la durata, sia perché avviene in corrispondenza con un incremento dei prezzi del tutto paragonabile a quello della “Grande Crisi del Petrolio” degli anni ’70. I prezzi in questo triennio si sono mantenuti quasi sempre sopra i 60 dollari al barile, e sono saliti oltre i 90 dollari nel 2007 (immagine da Wikipedia).

 

 

In queste condizioni, se i produttori avessero potuto aumentare la produzione l’avrebbero fatto sicuramente. Se non lo hanno fatto, ne possiamo solo dedurre che sono ai limiti massimi delle loro capacità produttive.

In una recente intervista sul “New York Times”, Daniel Yergin di Cambridge Energy Research Associates (CERA) ha cercato di buttare acqua sul fuoco dicendo che “One shouldn't be investing with the mindset that oil's going to be $100 forever”, ovvero “non bisognerebbe investire aspettandosi che il prezzo del petrolio rimanga sempre a 100 dollari al barile”. Ha probabilmente ragione, ma non nel senso che appare a prima vista. È perfettamente possibile che i prezzi del petrolio scendano se ci sarà una recessione economica, come molti si aspettano. In questo caso, la discesa dei prezzi del petrolio potrebbe apparire come una buona cosa, ma non è così. Per rendersi conto del perché, basta guardare questa tabella, pubblicata recentemente dalla EIA (1).

 

 

Sebbene ci sia in Italia chi crede ancora, e lo dice pubblicamente, che il costo di estrazione del petrolio sia di cinque dollari al barile (2), la tabella fa vedere chiaramente come il costo abbia raggiunto livelli tali che un abbassamento dei prezzi rispetto al trend degli ultimi tre anni, ovvero che raggiungessero livelli sotto i 50 dollari al barile, manderebbe rapidamente fuori mercato una notevole frazione dei giacimenti in produzione e ridurrebbe sostanzialmente gli investimenti in esplorazione e sviluppo. In altre parole, probabilmente la produzione mondiale potrà rimanere costante solo fino a che il prezzo del petrolio si manterrà alto. In effetti, al momento l’industria sta investendo pesantemente nella ricerca e riesce a mantenere un flusso di nuovi giacimenti in produzione che compensa per il declino dei vecchi giacimenti. Ma se il prezzo del petrolio dovesse abbassarsi, caleranno anche gli investimenti e, di conseguenza, anche la produzione.

Si può non essere d’accordo con l’analisi della situazione che prevede un picco di produzione a breve scadenza, ma difficilmente si può negare che la situazione della produzione petrolifera è critica. In particolare, il prossimo futuro ci potrebbe riservare “sobbalzi” di vario tipo (interruzioni di fornitura, aumenti rapidi dei prezzi, blocchi economici, ecc.) non diversi da quelli che abbiamo già visto al tempo della grande crisi degli anni ’70.

Vediamo ora rapidamente gli altri combustibili fossili. La situazione del gas naturale è indubbiamente meno critica di quella del petrolio dal punto di vista delle disponibilità produttive, perlomeno a livello globale, ma comunque si trova di fronte a problemi simili con l’aumento generalizzato dei prezzi. In aggiunta, dal punto di vista europeo, il gas ha una criticità politica e strategica che il petrolio non ha. La figura seguente viene da un articolo recente di Euan Mearns (3) e mostra come tutti i produttori Europei, eccetto la Norvegia, siano in calo e come anche la produzione norvegese sia destinata a iniziare un calo irreversibile nel prossimo futuro.

 

 

Su questa difficile situazione si innesta la questione del trasporto criogenico del gas naturale liquido (LNG). Se i rigassificatori rendessero meno critica la dipendenza strategica dell’Europa occidentale dalla Russia e dall’Algeria, lo sviluppo della nuova infrastruttura è ancora embrionale. Al momento, l’Europa importa soltanto circa il 5.5% del suo consumo di gas in forma di LNG. Per mantenere le attuali previsioni di crescita della domanda, occorrerebbe aumentare questa frazione a oltre il 30% nel 2020 (Mearns, ibid.). Gli investimenti necessari sarebbero immensi. Tenendo conto anche che l’Europa si troverebbe a fronteggiare la competizione asiatica per il consumo di LNG, non è chiaro se la produzione dei paesi esportatori, quali il Qatar e la Nigeria, sarebbe in grado di soddisfare la domanda derivante da un massiccio ricorso al gas naturale liquido da parte dei paesi consumatori.

Per finire, per quanto riguarda il carbone, l’Europa si trova a dipendere sempre di più dalle importazioni con i produttori tradizionali (Gran Bretagna, Germania e Francia) in declino ormai irreversibile. In assoluto, la quantità di carbone estraibile nel mondo sembra essere ancora abbondante. Tuttavia, il carbone si trasporta con difficoltà e ad alti costi, per cui è più che altro una risorsa utilizzata in loco dai produttori. È del 2007 la notizia che il governo cinese ha decretato il blocco delle esportazioni di carbone. Evidentemente, trovare carbone sul mercato mondiale è destinato a diventare sempre più difficile in un mondo sempre più competitivo.

 

2. La reazione Europea
La reazione istituzionale Europea di fronte alle preoccupazioni riguardo alle risorse di combustibili fossili è stata fino a oggi sostanzialmente nulla. Mentre l’Europa sostiene finanziariamente progetti, convegni, studi e discussioni sul cambiamento climatico, non risulta che si destinino somme anche minime a studi sull’esaurimento dei combustibili fossili. Sembrerebbe che su questo argomento la commissione europea si basi unicamente sugli studi di agenzie internazionali. Queste agenzie sono professionali quanto si vuole ma nel passato hanno fatto errori di previsioni clamorose, come per esempio, recentemente, mancando completamente il declino della produzione messicana, iniziato l’anno scorso. È curioso che esista una differenza così profonda nella valutazione di due problemi, quello climatico e quello dell’esaurimento, che sono entrambi potenzialmente in grado di danneggiare l’economia europea e la salute dei cittadini europei. Forse ci sono ragioni psicologiche, forse politiche, forse ideologiche, forse tutte e tre le cose causano la quasi totale assenza del problema dell’esaurimento dall’agenda politica della commissione europea. Ma non mi addentro qui su quelle che potrebbero essere le possibili spiegazioni. Rimane il fatto che il cambiamento climatico, sia pure un problema potenzialmente più remoto, viene considerato molto più importante (almeno ufficialmente) di un problema, quello della disponibilità strategica di risorse fossili che è potenzialmente immediato (e non solo potenzialmente, con i prezzi del barile a 90 dollari). A livello ufficioso di contatti personali, sembrerebbe che un certo numero di funzionari a Bruxelles abbia capito come stanno le cose. Nella pratica, tuttavia, sembra che sia politicamente scorretto esprimere queste preoccupazioni pubblicamente.

Ciò detto, tuttavia, è possibile che le preoccupazioni per il cambiamento climatico portino alla ricerca di soluzioni che sono, alla fine dei conti, le stesse che sarebbero utili per il problema della disponibilità di risorse. Sembrerebbe, in effetti, che questo sia il caso. Molte delle soluzioni prospettate dalla commissione nella recente proposta di un’azione integrata per il clima si prospettano come bivalenti. Vedremo tuttavia nel seguito come la differente visione a lungo termine porti a proporre azioni che, seppure probabilmente efficaci per combattere il riscaldamento globale, lo sono molto meno per quanto riguarda una possibile emergenza dovuta a interruzioni di forniture di combustibili fossili.

Nel complesso, il piano della Commissione Europea si presenta come abbastanza ragionevole. Mira per prima cosa alla promozione della soluzione più ovvia e più immediata: quella dell’efficienza. In secondo luogo, tende a potenziare le fonti rinnovabili più promettenti (eolico e fotovoltaico) mentre mantiene una posizione non negativa riguardo all’energia nucleare, avvertendo esplicitamente che, al momento, non è possibile farne a meno. Più discutibile dal punto di vista tecnico è il progetto del sequestro della CO2 dagli impianti a carbone. L’idea che dal 2013 tutti i nuovi impianti dovrebbero essere “carbon neutral” sembra piuttosto ottimistica considerando i costi e la tecnologia ancora non completamente matura e che non è mai sperimentata su lunghi periodi di sequestro.

Un altro punto critico è la questione dei biocombustibili, dove il target del 10% per il 2020 sembra il risultato di un compromesso insoddisfacente fra sostenitori e oppositori dei biocombustibili stessi. I biocombustibili soffrono di gravi problemi. Secondo alcuni autori, alcune strade per la loro produzione, in particolare etanolo da mais, sono energeticamente neutrali o addirittura negative, nel senso che occorre più energia per il completo ciclo di coltivazione e trasformazione di quanta non se ne possa poi ricavare dal carburante ottenuto (per esempio, Pimentel (4). In questo caso, l’obiettivo della commissione europea di ridurre le emissioni di CO2 non sarebbe ottenuto, anzi, ne risulterebbe un peggioramento. Altri autori ritengono che il rendimento del ciclo dell’etanolo da mais sia positivo, ma in tutti i casi rimane basso. Alcuni studi recenti (5) indicano che il problema è molto generale e che anche coltivazioni più benigne in senso di rendimento, come quella dell’etanolo da canna da zucchero, risultano comunque in un’emissione netta di CO2. Ovvero, i biocombustibili non sarebbero “carbon neutral” come si dice comunemente.

La questione dei biocombustibili è un elemento di debolezza del piano europeo in quanto arriva a una proposta che non risolve nessuno dei problemi in essere. Un’ulteriore critica che può essere fatta ai biocombustibili così come vengono proposti è che utilizzano spazio che sarebbe invece da usarsi per coltivazioni alimentari. Per questa ragione, c’è chi li ha definiti, in toto, un “crimine contro l’umanità” (6). Comunque si voglia vedere la cosa, per non danneggiare l’agricoltura europea e ridurne la capacità di produzione di alimentari, i biocombustibili dovrebbero essere necessariamente importati dall’estero e quindi non ridurrebbero la vulnerabilità strategica dell’unione a interruzioni di forniture.

 

3. Efficacia delle misure
Si tratta ora di verificare l’efficacia delle misure previste dal piano europeo. Per “efficacia” intendo qui più che altro l’effetto relativo alla mitigazione dell’attesa riduzione della produzione dei combustibili fossili, e non l’obiettivo dichiarato della riduzione delle emissioni di gas serra nell’atmosfera.

Un’analisi completa richiederebbe un lavoro immenso e, per il momento, possiamo solo limitarci a delle considerazioni approssimate. Prenderò in considerazione principalmente il petrolio, il più studiato e allo stesso tempo il più critico, dei combustibili fossili. Vediamo qui di seguito alcuni dati recentissimi da “The Oil Drum” (7).

 

 

Qui, la linea rossa rappresenta la produzione mondiale di “tutti i liquidi”, quella blu la produzione dell’OPEC. L’estrapolazione per il futuro prevede due casi, uno che le risorse rimanenti siano di 1.16 TB (terabarili) e l’altra che siano di 0.78 TB. Questo secondo caso è considerato più realistico dall’autore; comunque, in entrambe i casi, ci troviamo ad avere un deficit produttivo rispetto ai valori attuali per il 2020 che è dell’ordine di 20 MBD (milioni di barili al giorno). Questo rappresenta un calo di circa il 25% rispetto alla produzione attuale. Se consideriamo poi la crescita della domanda, come viene normalmente considerata nei vari studi sull’argomento, ci si aspetta per il 2020 che potrebbe essere soddisfatta da una produzione intorno ai 100 MBD. In questo caso, il deficit sarebbe intorno al 40%.

Nell’ipotesi che il calo della produzione mondiale si ripercuota proporzionalmente sui consumi Europei, già qui vediamo un problema. L’unica politica Europea del piano proposto che si trova a contrastare questa riduzione sembra essere quella dei biocombustibili. Questi dovrebbero raggiungere, secondo gli obiettivi del piano, un livello tale da fornire 10% dei combustibili veicolari per il 2020. C’è anche da tener conto che si parla soltanto di “combustibili”, mentre il petrolio serve anche a molte altre cose. Secondo dati dell’EIA, in un paese industrializzato, meno del 70% del petrolio è usato come combustibile. Del rimanente, circa il 25% serve per l’industria chimica, il poco che rimane serve per il riscaldamento domestico e per la produzione di energia elettrica. Ne consegue, che rimpiazzare il 10% dei combustibili derivati da petrolio con biocombustibili vuol dire rimpiazzare solo meno del 7% del fabbisogno petrolifero europeo. Evidentemente, anche ammesso che si riesca a espandere la produzione di biocombustibili ai livelli previsti dal piano, per il 2020 (cosa per niente ovvia) è veramente troppo poco rispetto alla possibile riduzione delle forniture.

Inoltre, se il petrolio seguirà la curva di declino prevista dalla figura presentata più sopra, il problema si pone più che altro a lungo termine. Indipendentemente da considerazioni sull’efficienza di ciclo della produzione, la coltivazione di piante da trasformare in biocombustibili richiede immensi spazi e anche i più ottimisti fra i sostenitori dei biocombustibili stessi non ritengono che si possa arrivare a coltivare frazioni superiori a circa il 30% dell’attuale fabbisogno (8).

In sostanza, i biocombustibili non sono una soluzione praticabile per quanto riguarda il mantenimento dell’attuale trasporto su strada in una previsione di carenza di combustibili fossili. Questa conclusione non si riferisce all’uso della biomassa per la produzione di energia elettrica che, invece, è una soluzione praticabile anche se meno efficiente delle rinnovabili, come il fotovoltaico o l’eolico. Tuttavia, trasformare la biomassa in biocombustibili è un processo troppo inefficiente, come pure sono troppo inefficienti i motori a combustione interna che li utilizzano. Una vera soluzione al problema dei trasporti può venire soltanto da misure molto più aggressive, sia tecnologiche come gestionali. Dal punto di vista tecnologico, è vitale sostituire rapidamente gli attuali inefficienti motori a combustione interna con i nuovi sistemi ibridi, e in particolare plug-in ibridi, che sfruttano motori elettrici ad alta efficienza e sono compatibili con la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili o nucleare. Dal punto di vista gestionale, è fondamentale aumentare l’efficienza del trasporto in termini di incoraggiamento dei trasporti collettivi per quanto riguarda le persone, o navali e su rotaia per quanto riguarda le merci. Allo stesso tempo, diventa importante ottimizzare i trasporti all’interno dell’intero sistema produttivo riducendo la necessità di trasportare merci e persone su lunga distanza. Queste cose, tuttavia, sembrano poco considerate nel piano europeo.

Migliore è la situazione per quanto riguarda la produzione di energia elettrica e l’efficienza energetica. Qui, ci sono ampi spazi di miglioramento e il piano energetico europeo sceglie le tecnologie giuste. L’energia rinnovabile in termini di fotovoltaico e di eolico ha una resa di ciclo (LCA) ben superiore a quella dei biocombustibili ed è in continuo aumento. Inoltre, la frazione di territorio necessario per ottenere i valori proposti dalla commissione europea è molto piccola rispetto al territorio disponibile. Non è nemmeno escluso che nel futuro si possa importare in Europa energia elettrica prodotta da impianti rinnovabili localizzati nelle zone Sahariane ben soleggiate. Ma per il momento si può considerare che l’energia rinnovabile europea può essere interamente prodotta in Europa. Quindi, non ci sono problemi strategici di interruzione delle forniture.

Fino a che punto può l’energia rinnovabile sostituire i combustibili fossili? Al momento, gas naturale ed energia rinnovabile giocano un ruolo complementare l’uno con l’altro nella rete elettrica, con il gas che compensa per la variabilità della fornitura di energia rinnovabile. In una situazione di carenza di gas, nell’attuale organizzazione della rete, le rinnovabili non sarebbero una soluzione. C’è chi ritiene che questo problema sia sufficientemente grave da condannare le rinnovabili all’eterna marginalità. Non è così: il problema è risolvibile. Soluzioni tecnologiche per l’immagazzinamento di energia su tutte le scale temporali esistono da tempo; per esempio l’aria compressa (CAEN), i bacini idroelettrici e molte altre. In termini generali, l’integrazione dell’energia rinnovabile nella rete elettrica è parte del concetto di “rete intelligente” (smart grid) che si adatta in modo flessibile alle variazioni sia di domanda che di offerta.

Anche su questo punto, il piano europeo sembra insufficiente. Rimanendo in una visione “business as usual”, il piano non vede la possibilità di dover far fronte a una carenza grave di forniture e non si impegna con sufficiente aggressività nel promuovere le tecnologie di stoccaggio. In parte, il problema potrebbe essere alleviato dal carbone e dal nucleare, ma da sole queste tecnologie non sono sufficienti.

 

4. Conclusioni
L’impressione di questo rapido esame è che la Commissione Europea si stia muovendo complessivamente nella giusta direzione nella promozione delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Tuttavia, l’enfasi riguardo al cambiamento climatico fa sì che il piano si muova in un’ottica di “business as usual” che non tiene conto della futura situazione che potrebbe implicare gravi carenze nella fornitura di combustibili fossili per l’Unione Europea. Per questa ragione, il piano non riesce a proporre opzioni veramente efficaci per quanto riguarda il trasporto veicolare su strada e sull’integrazione dell’energia rinnovabile nella rete.

 

(1) http://www.eia.doe.gov/emeu/perfpro/production.pdf

(2) http://realismoenergetico.blogspot.com/2008/02/catrical-goes-global.html

(3) http://europe.theoildrum.com/node/3283

(4) www.physorg.com/news4942.html

(5) http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/1151861

(6) http://www.nature.com/climate/2008/0801/full/climate.2007.71.html

(7) http://www.theoildrum.com/node/3623

(8) The Path Forward for Biofuels and Biomaterials, Arthur J. Ragauskas et al. (27 January 2006) Science 311 (5760), 484