di Chicco Testa
Angela Merkel ha vinto le elezioni
in Germania ed è probabile che si allei con il Partito Liberale.
Una delle prime conseguenze sarà la revisione degli accordi a suo
tempo presi con l’SPD a proposito di energia nucleare. Non più la
chiusura degli impianti programmata per il 2022, ma una dilazione
di almeno 10 anni. Poi si vedrà. E come potrebbe essere altrimenti
visto che l’energia nucleare contribuisce al 31% del fabbisogno
elettrico tedesco e che contemporaneamente la Repubblica tedesca
vuole ridurre le sue emissioni di gas serra? Chiudere le centrali
nucleari significa inevitabilmente aprire nuovi impianti a carbone
o a gas, comunque produttori di gas serra. E l’idea di sostituire
quantità così importanti di energia elettrica con le fonti
rinnovabili non è realisticamente praticabile in tempi
ragionevolmente brevi.
Il governo laburista di Gordon Brown
ha impostato il futuro energetico inglese sulla combinazione di
efficienza energetica, fonti rinnovabili e nucleare. Millieband,
Ministro per l’energia e noto ambientalista, ha già messo all’asta
i siti su cui dovranno sorgere i nuovi impianti. Pagati a caro
prezzo dalle principali utility europee.
Della Francia inutile parlare: l’80%
della sua energia elettrica si fa con il nucleare e l’industria
nucleare francese stipula contratti di fornitura di nuove centrali
in tutto il mondo, Italia compresa.
Ho davanti a me alcune statistiche recenti. Numeri, solo numeri: ma
parlano. La prima ci dice quanta CO2 nei diversi paesi viene
generata per produrre 1.000 dollari di reddito. Per produrre 1.000
dollari di reddito la Cina genera 0,75 tonnellate di CO2, gli USA
0,62, la Germania 0,52, il Giappone 0,42, la Francia 0,30. Perché
ci sono queste differenze? Forse casualmente questa classifica
coincide anche con la minore a maggiore penetrazione dell’energia
nucleare?
Un secondo dato è altrettanto chiaro: la Francia ha un PIL
pro-capite di circa 36.000 dollari; l’Italia di circa 30.000. La
produzione pro-capite di CO2 della Francia è di 5,71 tonnellate di
CO2, quella dell’Italia di 7,06. Cosa ci dicono questi numeri e
tanti altri che potrebbero essere citati? Che non vi è alcun dubbio
che l’energia nucleare aiuta in maniera consistente la
de-carbonizzazione dell’economia.
La scelta dei maggiori Paesi europei è quindi pro nucleare. Come
quella delle maggiori potenze extra–europee: Cina, India, Usa,
Giappone, Canada, Corea del Sud, Russia…
Tra i Paesi del G-20 solo due mancano all’appello: l’Australia e
l’Italia. Ma solo l’Italia dipende per circa il 90% dalle
importazioni e il suo grado di “sicurezza energetica” è
probabilmente il più basso del mondo. Inoltre continua a bruciare
quantità impressionanti di gas e di carbone, ma come una fanciulla
apparentemente virtuosa cerca di nascondere i suoi vizi parlando
d’altro.
Il Ministro Scajola si è posto un obiettivo condivisibile:
modificare il mix di combustibili, riducendo la dipendenza
energetica italiana. Portando la quota dei combustibili fossili
attorno al 50%, quella delle rinnovabili al 25% e sempre al 25%
quella dell’energia nucleare. Si tratta di quasi raddoppiare il
contributo delle fonti rinnovabili (sole, vento, biomasse, ecc.) e
di costruire da zero fra i 10 e 15.000 Megawatt nucleari. Una
decina di centrali. Un’impresa difficile, molto difficile.
Essenzialmente per le condizioni del nostro Paese. Strutturalmente
avverso alla realizzazione di grandi progetti (treni, strade,
impianti di smaltimento dei rifiuti, impianti energetici, persino
piccoli impianti rinnovabili). Permeato di egoismo territoriale,
conservatore e poco propenso all’innovazione, sfiduciato nella
capacità delle sue élite, in primo luogo la classe politica, a
gestire progetti complessi con serietà ed efficienza. Fino a ora si
è trattato di una trattativa e di contrapposizioni svoltesi nelle
aule parlamentari. E, seppur con qualche ritardo, la linea del
Ministro dell’Industria ha prevalso. Ma è bastato uscire dal
Parlamento per trovarsi già di fronte ai ricorsi di alcune Regioni.
Ma è chiaro che il vero banco di prova sarà nella scelta dei siti e
nell’inevitabile esplosione delle proteste locali. Se prevalesse
una linea di responsabilità nazionale potrebbero essere superate.
Ma temo non sarà così.