di Domenico Finiguerra (Associazione Comuni
Virtuosi, Sindaco di Cassinetta di Lugagnano)
Il terremoto ha distrutto molto a L’Aquila. Case, monumenti, luoghi
di aggregazione, scuole, sedi istituzionali. La ricostruzione di
questa bellissima città sarà segnata dal dramma collettivo del
lutto, dalla sedimentazione dei sentimenti di disperazione e dalla
rabbia dei cittadini che si percepisce a distanza di centinaia di
kilometri.
Ma potrebbe anche essere vissuta come momento di altissima tensione
dell’intera comunità aquilana. Un momento storico in cui i
cittadini e gli studenti in particolare possano proiettare il loro
sguardo verso il futuro, oltre il muro del dolore. E immaginare
L’Aquila di domani. Non di quella che ospiterà il G8. Ma quella che
i suoi cittadini dovranno vivere quotidianamente e trasmettere alle
prossime generazioni.
Un’occasione. Un termine che stride
moltissimo con l’evento che l’ha provocata. Ma tale è l’opportunità
di poter ri-costruire una città.
Una sfida da affrontare con gli attrezzi e gli strumenti giusti.
Una sfida che sarà la cartina di tornasole della maturità della
cultura politica e amministrativa di chi eserciterà il ruolo di
ricostruttore. Una sfida su tre punti: l’energia, il territorio, la
partecipazione democratica.
L’Aquila è uno dei capoluoghi più freddi d’Italia. In Alto Adige le
case consumano 7 litri di gasolio (o 7 mc di metano) a mq/anno. In
Germania si punta a consumarne 1,5 e le case passive non sono più
fenomeni da museo.
In Italia, i nostri immobili sono invece dei colabrodo, consumando
in media 20 litri di gasolio al mq. Come verranno ricostruite le
case degli Aquilani? Puntando al risparmio immediato o puntando al
risparmio energetico? Saranno costruite utilizzando gli
accorgimenti tecnici che consentono un abbattimento delle emissioni
di CO2 in atmosfera? Sfrutteranno l’energia del sole per produrre
acqua calda ed elettricità?
Negli ultimi 15 anni l’Italia ha
seppellito sotto il cemento e l’asfalto una porzione di terra
grande quanto il Lazio e l’Abruzzo messi assieme. La tentazione di
ricostruire su terra vergine è in Italia un riflesso condizionato.
L’urbanizzazione selvaggia avanza a ritmi serratissimi. Basti
pensare che solo in Lombardia si sacrificano sull’altare del
cemento 13 ettari di terra al giorno. L’ideologia (perché di questo
si tratta) dominante è quella dello sviluppo e della crescita ad
ogni costo, soprattutto a danno di una risorsa finita e limitata:
la terra. Il soddisfacimento delle esigenze abitative e di servizi
per i cittadini de L’Aquila potrà avvenire in due modi
diametralmente opposti: tramite il recupero e la ricostruzione
all’interno del perimetro della città, oppure approfittando
dell’occasione per allargarsi su superfici nuove e possibilmente
piane.
Dall’impostazione di fondo che verrà elaborata, emergeranno le
caratteristiche della nuova L’Aquila.
La pianificazione urbanistica, che
non è esercizio di esclusiva competenza di tecnici e architetti, è
un metodo necessario per governare in modo sistemico tutte le
variabili che si intrecciano in un determinato territorio. Il
disegno o il ri-disegno di una città non si limita a definire
destinazioni d’uso e volumi. Il territorio non è uno scaffale
stabilmente ancorato, dove posso prendere ciò che voglio senza che
vi siano ripercussioni su ciò che resta sulle sue mensole. Gli
elementi che lo compongono sono tra loro connessi in un sistema
complesso. Un sistema in cui i cittadini possono avere, oltre al
ruolo di abitanti stessi del sistema, anche quello di attori del
governo del sistema.
Il Testo Unico degli Enti Locali lo afferma chiaramente: spettano
al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano l’assetto
e l’utilizzo del territorio (art. 13). Il processo di ricostruzione
della città potrà anche in questo caso seguire due strade
alternative.
La prima, quella largamente più utilizzata in Italia, prevede
decisioni assunte da poche persone in poche stanze.
La seconda, poco praticata finora, prevede la partecipazione attiva
dei cittadini. Il loro coinvolgimento vero e diretto rispetto alle
decisioni strategiche che segneranno lo sviluppo urbano. Un
percorso sicuramente più difficoltoso e oneroso, ma l’unico in
grado di restituire ai cittadini una città migliore. Perché i
processi di partecipazione riescono a far emergere le competenze
tecniche nascoste. Riescono a far riemergere la memoria storica dei
luoghi. Riescono a consolidare un sentimento di amore per la
propria terra.
La scelta di coinvolgere i
cittadini, a partire dai bambini, è fondamentale e strategica.
Tenere in considerazione il parere degli abitanti e chiedere loro
di immaginare il futuro può essere un grande valore aggiunto sia
per i tecnici che per gli amministratori. Spesso i politici dopo
essere stati eletti si chiudono nelle loro stanze. Forse per paura
di rimettersi in discussione. Sottovalutando i cittadini. Al
contrario, questi ultimi possono essere di gran conforto nelle
decisioni importanti e sanno consolidare la determinazione nel
portare avanti le scelte compiute insieme. Soprattutto se sono
compiute nell’interesse collettivo e per il bene comune.
E la città è un bene comune.