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venerdì 3 settembre 2010

Le esternalità ambientali dei trasporti

di Marco Ponti (Politecnico di Milano).

Perché la gomma resterà centrale.


venerdì 22 febbraio 2008


Traffico

Il ruolo del settore dei trasporti nella generazione di esternalità ambientali sembra molto sovrastimato, rispetto ai fenomeni reali, data la grande “visibilità mediatica” che questo settore da sempre riveste.

Ma vediamo le singole componenti delle esternalità, che spesso vengono confuse tra loro. Iniziamo dal problema principale: le emissioni climalteranti, e in particolare il CO2. I trasporti stradali e aerei sono certo il settore che più ha visto incrementare il suo peso negli ultimi anni sulle emissioni totali, in buona misura a causa degli alti costi di abbattimento per piccole unità produttive decentrate come sono i motori termici dei mezzi di trasporto. Tuttavia, stando a quello che è forse la più autorevole fonte di analisi e di raccomandazioni di politiche ambientali, il rapporto dell’IPCC delle nazioni Unite (che ha condiviso il Nobel con Al Gore), i trasporti non solo hanno un peso mondiale di solo il 23% sulle emissioni di CO2, ma l’IPCC stima che sia efficiente ridurre meno che proporzionalmente le emissioni in questo settore rispetto ad altri, proprio a motivo dell’alto costo dell’abbattimento. Infatti, nelle raccomandazioni finali del rapporto, la percentuale di abbattimento dei trasporti sul totale degli abbattimenti ritenuti necessari, scende a solo il 9% circa.

Suona banale, ma questo significa che l’IPCC raccomanda di cercare di abbattere il 91% delle emissioni in altri settori. Considera poi anche la possibilità di spostare traffico sui modi di trasporto meno inquinanti (ferrovie e trasporti pubblici locali), ma vi assegna un peso trascurabile.

Queste conclusioni sono sicuramente connesse anche all’elevato grado di internalizzazione dei costi esterni che si verifica in Europa e in Giappone nel modo di trasporto stradale (di gran lunga quello più responsabile delle emissioni climalteranti): l’IPCC stima che i costi esterni attuali per ogni tonnellata di CO2 emessa siano dell’ordine dei 15 dollari, e possano raggiungere, in assenza di interventi, i 100 dollari. Ora, con l’attuale tassazione su carburanti nei paesi citati, ci si trova nell’ordine di 450 dollari di accisa per ogni tonnellata emessa. E le emissioni di CO2 sono una buona proxy di molte altre, su cui non possiamo dilungarci.

Cioè il trasporto stradale, nonostante l’elevata tassazione e nonostante gli elevati sussidi ai modi collettivi (ferrovie e trasporti pubblici urbani), continua a essere la scelta dominante sia per le merci che per i passeggeri, e ciò a motivo di una serie di fattori strutturali che tendono a essere ignorati per ragioni ideologiche. Il “costo sociale elevato” implicito nei numeri dell’IPCC non fa che rispecchiare il peso assegnato (correttamente) a tali fattori strutturali.

Il principale di tali fattori è il fatto banalissimo che il trasporto stradale è un sistema, cioè non ha bisogno di altri modi di trasporto, mentre la ferrovia e i trasporti pubblici non lo sono, cioè richiedono per i tratti iniziali e terminali “rotture di carico” (il passaggio ad altri modi), che sono molto complesse e costose, anche in termini di affidabilità (coincidenze) e di tempo. Solo camion e automobili fanno servizi “porta a porta”.

Il secondo fattore è l’assetto del territorio, a densità sempre più bassa, tendenza sostanzialmente irreversibile (anche perché le basse densità sono effetto della “fuga dalla rendita” consentita dai trasporti su gomma). Questo assetto accentua molto i problemi di rottura di carico prima illustrati, e rende inefficienti i modi collettivi e la ferrovia (che necessitano di forti concentrazioni insediative).
Infine, ci sono i modi di produrre e di consumare: produzioni a elevato valore aggiunto, poco adatte al trasporto ferroviario, lavori sempre più terziarizzati, con esigenze di flessibilità spaziale e temporale (la “pendolarità tayloristica” perde di peso relativo). Consumi che sfruttano le economie di scala della grande distribuzione, servibile e usabile solo con mezzi su gomma. Infine, l’accresciuta disponibilità di tempo libero e di reddito, che rendono difficile immaginare weekend con la famiglia in treno o in autobus (e possedere una macchina significa affrontare, nell’usarla, solo costi marginali).

Che fare allora? La risposta sembra semplice: seguire le indicazioni del documento di policy dell’IPCC: puntare molto sulle tecnologie per abbattere le emissioni, sia nel trasporto stradale che aereo che navale (e l’elevato prezzo del petrolio già spinge l’industria in tal senso, non certo a fini altruistici….). Tassare i consumi di energia fossile nei segmenti del trasporto non tassati (aerei e trasporto marittimo).

Per fare ciò, occorre smettere di spendere quasi tutti i denari pubblici disponibili in costosissime infrastrutture ferroviarie, che offrono redditività economiche disastrose ed effetti ambientali trascurabili.